
Il localismo produce altro localismo che produce altro localismo. In Veneto buona parte della popolazione si esprime nella vita quotidiana in dialetto veneto, anzi in lingua veneta. Ma questa lingua presenta innumerevoli varianti. E in effetti non si parla mai una pura lingua veneta, ma sempre una delle sue numerose varianti. E nessuna ha la forza di imporsi come normativa a livello regionale.
Il Padovano è alquanto differente dal Veneziano (un solo esempio: “cucchiaio” in veneziano si dice scujèr, in padovano e trevigiano cuciàro). Sicché un dizionario veneto mi sembra impossibile. Mentre sono possibili dizionari locali. Per comprendere la situazione (e l’astrattezza di coloro che si battono per il riconoscimento ufficiale della lingua veneta, con tutte le conseguenze) basta pensare a quel che si sperimenta qui in provincia di Treviso. C’è un paese a pochi chilometri da Treviso, verso nord, che si chiama Visnadello, in comune di Spresiano. Questo comune anni fa ha messo i cartelli stradali con doppia dizione, sicché abbiamo Spresiano/Spresian (da leggersi Spresiàn) e Vinadello/Visnadel (Visnadèl). Ma a Treviso il paese si dice Visnadèo, con la o finale, che la parlata della Sinistra Piave, le cui influenze arrivano a pochi chilometri da Treviso, tronca. Perché qui basta percorrere pochi chilometri, e la parlata varia, anche in modo sostanziale. Non solo il vocabolario, ma la costruzione della frase. Prendiamo il verbo “avere” e la domanda più semplice: “hai…?” In veneziano si dice “ti ga?”, evidentemente modellato sul francese. A Treviso invece ”gàtu?” , evidentemente modellato sul tedesco “hast du?”, e intorno ecco le varianti “ghèto?”, “gastu?”, ecc.
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Negli anni passati, frequentando i cacciatori di Cison di Valmarino, sulle prealpi trevigiane, mi sono spesso trovato davanti ad un idioma che a me veneziano risultava semi-incomprensibile, a causa dei troncamenti e delle aspirate (per cui stazione si dice stathion, ecc.). Un mio interlocutore venatorio per “ho ucciso una lepre” un giorno mi disse “mi copèa un gèvr”. A Treviso un cacciatore avrebbe detto “go copà un lièvoro”. Dunque, un bambino cisonese avrebbe il diritto di trovare nella scuola primaria una maestra che gli parla in veneto. Ma non quel veneto così diverso parlato da veneziani e trevigiani, che pare un’altra lingua. No, avrebbe diritto alla lingua patria, quella di Cison di Valmarino, dove nel bosc ghè i volp.
elio ha detto,
Luglio 29, 2009 a 7:10 pm
Secondo me “gatù” non deriva dal tedesco “hast du?” ma dal friulano (che anticamente era molto più esteso) “astù?” (“Post hos Aquilegienses et Ystrianos cribremus, qui Ce fastu? crudeliter accentuando eructuant” – Dante, De vulgari eloquentia) ..mhm l’unica soluzione per voi indecisi sarà quella di assoggettarvi alla koiné del rinascente Grande Friuli :)))
Fabio Brotto ha detto,
Luglio 30, 2009 a 8:16 am
Qui si dice gàtu e non gatù. Penso peraltro che anche il friulano debba l’espressione a genti germaniche come i Longobardi (e forse i Franchi)…
elio ha detto,
Luglio 30, 2009 a 11:45 am
Nella fretta ho sbagliato l’accento, d’altra parte volevo essere spiritoso. Più seriamente, mi sorprenderebbe se espressioni grammaticalmente così “strutturali” risultassero sensibili a quelle che risultano essere state delle sovrapposizioni etniche, più che delle sostituzioni. Suppongo si tratti delle medesime radici linguistiche indoeuropee, variamente e continuamente rimodulate.
mario ha detto,
Luglio 30, 2009 a 2:28 pm
“Perché qui basta percorrere pochi chilometri, e la parlata varia, anche in modo sostanziale.”
Ma perchè non funziona cosi in tutto il mondo ?
Fabio Brotto ha detto,
Luglio 30, 2009 a 2:34 pm
In tutto il mondo le parlate variano, ma di luogo in luogo mutano l’estensione dei gruppi di parlata omogenea e le distanze entro le quali l’omogeneità si mantiene. Naturalmente questo ha molto a che fare con la storia dei diversi gruppi umani, sociale e politica.
Fil de Fer ha detto,
Settembre 22, 2009 a 4:23 pm
Scusate se mi permetto, ma a me sembra che se una lingua, quella Veneta ha così tante varianti vuol dire solamente che è ricca,ricchissima,viva,vitale e sono anche dell’opinione che una parola su un vocabolario possa essere scritta in modi diversi e magari anche con significati diversi.
Non capisco questo voler trovare delle difficoltà al fatto che in Veneto il turacciolo della bottiglia possa essere detto strupolo a Verona o tapo in qualche altra località veneta o un’altra espressione in un’altra.
Tutto ciò costituisce solo la ricchessa di questa lingua che per oltre 1000 anni ha imperversato anche a livello diplomatico e per mezzo mondo all’epoca della Serenissima.
Nel 2007 finalmente la Regione Veneto ha riconosciuto come propria lingua ufficiale il VENETO.
Bene, questo è solo l’inizio per valorizzare la nostra lingua,cultura,tradizioni,letteratura etc…. a quando l’insegnamento nelle scuole del Veneto non solo della nostra lingua ma la storia della nostra amata Serenissima ?!?!?
E’ sempre tardi…….ma meglio che mai !
VIVA SAN MARCO
P.S. UNA COSA E’ SICURA…GO’ PARLA’ CON TANTI VENETI DE VARIE PARTI MA I MA’ SEMPRE CAPIO E MI GO’ SEMPRE CAPIO…….
Fabio Brotto ha detto,
Settembre 22, 2009 a 7:00 pm
Però nel sito della Regione Veneto mi pare di vedere che tutti i documenti siano in italiano. Mi pare anche che la Repubblica veneta a livello di ceti dominanti, di ambasciatori e di dogi facesse largo uso dell’italiano (toscano) classico. Vedi relazioni degli ambasciatori veneti al Serenissimo Principe, bolle dogali, ecc. ecc.
Adesel ha detto,
Settembre 24, 2009 a 11:02 am
Te informo che in pareci posti aministrativi se parla corentemente el veneto…par fin tei consigli comunali. Dove vivito?
Fabio Brotto ha detto,
Settembre 24, 2009 a 3:25 pm
Mi co ti no parlo altro…
gigi ha detto,
Settembre 26, 2009 a 10:54 pm
Io sono bergamasco ma vorrei inserirmi in queste diatribe, visto che siamo stati sotto la repubblica veneta. Penso che i dialetti vadano parlati nelle famiglie e non studiati a scuola. I miei figli parlano bergamasco appunto perchè lo parliamo in casa, i leghisti che vogliono metterlo nelle scuole in casa parecchi parlano italiano. Quando un bergamasco incontra un veneto in che “lingua ” devono parlare? Se pretendessi che i miei figli a scuola imparassero il dialetto invece dell’inglese o arabo o cinese mi sentirei un cretino. Il dialetto o si parla in casa o non si parla affatto perchè studiarlo è difficilissimo. Io che lo parlo anche nei luoghi pubblici ad esempio trovo delle difficoltà a leggerlo. Per me il veneto non esiste come non esiste il lombardo o il piemontese. Il bergamasco non è il milanese, ma lo stesso bergamasco non è uguale nelle varie vallate.
Fabio Brotto ha detto,
Settembre 27, 2009 a 9:34 am
Sono d’accordo con te. Del resto, pur amando moltissimo Venezia, sono convinto che della Serenissima bisogna ragionare in termini storicamente avvertiti. Venezia non è stata sempre uguale nei secoli, e da piccolo impero multinazionale mediterraneo, per così dire, si è infine ridotta nel Settecento a piccolo stato continentale, governato da una aristocrazia arroccata sulla conservazione del vecchio. Napoleone ha fatto cadere un edificio già intimamente corroso, non uno stato forte. Questo purtroppo spesso lo si dimentica, sulle ali di una idealizzazione patriottica-veneta alquanto sballata.
gigi ha detto,
Settembre 28, 2009 a 6:35 pm
Lungi da me l’idea di essere irriverente (se non per quelli che pensano “veneto uber alles”), ma mi interesserebbe davvero sapere le motivazioni per le quali nelle mie terre i vecchi dicevano che i veneti sono i “terroni” del nord”. Non penso che si debba risalire alla dominazione veneta delle nostre terre, ma potrebbe anche essere. Io non sono riuscito a venirne a capo, se non con risposte banali come quelle che i veneti (e non solo loro) dicono dei meridionali o degli islamici.
Fabio Brotto ha detto,
Settembre 28, 2009 a 11:22 pm
In realtà, non possiamo dimenticare che la Dominante, come si diceva secoli fa, era Venezia, non il Veneto. E che i Veneti erano dominati dai Veneziani, loro signori e padroni. Oggi si favoleggia di un popolo veneto. Ma ancora cinquant’anni fa, forse meno, nel popolo veneziano rimaneva un’ombra di disprezzo verso i “contadini” abitanti della terraferma…
Lordbutton ha detto,
Ottobre 9, 2009 a 9:40 am
http://www.dinodasandra.com e feve 4 ridade in compagnia. Ghemo na lingua, ghemo na storia, ma sopratuto ghemo tantisime tradision belisime da salvar e sopratuto un partimonio artistico e paesagistico meraviglioso (la region veneto anca sto ano se la prima come numero de turisti). La lingua se sicuro importante no perdarla, però se salvemo le tradision, modi de dir ecc e se li tegnemo vivi cuesti crea sicuramente più curiosità che no costrinsar uno a impararla scola. Basta anca asar i boce coi noni ogni tanto i la impararà da lori, oltre che a tante altre bele robete che i nostri veci sa.
Saludi a tuti e viva el veneto
Gianni Zanchetta ha detto,
Ottobre 30, 2009 a 1:36 pm
Carissimi Tutti,
Io sono nato in Belgio 63 anni fà da genitori VENETi,padre di San dona di Piave et madre di Cadoneghe(Padova).I miei mi hanno insegnato ilveneto,me lo ricordo benissimo è lo spiego
anche
è ai miei figli ! e le sto cantando ai miei nipotini:
Tripoli della luganega Marieta in canevà chè trinca el vin …Vi ricordate ?,cosi me la cantava mio padre…
Saludeme tutti i veneti chè iera anche in Belgio… Gianni
Anonimo ha detto,
Novembre 7, 2009 a 1:12 am
Vorrei intervenire solo per fare un piccolo appunto sulla costruzione “gatu?”. Questa non è modellata sul Tedesco, né “ti ga?” lo è sul Francese, ma si tratta anzi un tratto linguistico proprio delle lingue del nord Italia, che ha a che fare con la duplicazione del soggetto. Faccio l’esempio sul Friulano, la mia lingua, per poter mostrare la cosa più chiaramente:
Nella frase affermativa si dice: “jo o soi”, “tu tu âs” con due soggetti, detti rispettivamente tonico e atono (come in certi varianti venete si dice “mi me son”, “ti te ga”, e come perfino in certe varianti toscane non fiorentine si dice “te tu c’hai”). Nell’interrogativo il secondo soggetto, quello detto atono, viene posposto al verbo e ad esso unito, diventando: “soio?”, “âstu?”. E così anche “gatu?” nel Veneto.
La regolarità in queste costruzioni non si è sempre mantenuta nei secoli, in misura diversa per i diversi popoli, ma ha lasciato comunque strascichi. Una struttura simile vale per la frase “a me mi piace” che raddoppia il complemento indiretto, che non è corretta nell’Italiano standard, ma si usa nel parlato, ed è obbligatoria ad esempio nella norma scritta dello Spagnolo e del Friulano.
Vorrei aggiungere, sulla questione dell’insegnamento: per usare una lingua in una scuola, ci vuole una grammatica; sarebbe impossibile fare una grammatica per ogni paese del Veneto (dico una provocazione: ogni lingua del mondo, non solo il Veneto, cambia non solo in ogni vallata, ma anche, in maniera impercettibile, in ogni casa). C’è bisogno (e questo si è visto storicamente, nei fatti, per le altre minoranze linguistiche ormai di avanguardia come quella Catalana in Spagna) di un’unica norma scritta, quella più illustre dal punto di vista letterario, per tutti gli ambiti ufficiali; la variante del luogo sopravvive se c’è vitalità nella comunità, come confermato dal fatto che nessuna scuola ha eliminato né in Toscana né in Lazio le parlate locali a favore dell’Italiano standard, per quanto queste gli siano vicine. Ogni parlante avrà il diritto di leggere la variante scritta dandogli le proprie regole di pronuncia (questa è la soluzione che abbiamo trovato qui in Friuli, ma è anche quella storica per l’Inglese, che si leggeva diversamente da come si scriveva fin dai primi secoli)