Hotel Allah

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 L’ultimo racconto è di 70 pagine, ed è quasi un romanzetto, molto più lungo degli altri 14 che compongono le 300 pagine di Hotel Allah, la raccolta di Giorgio Gigliotti pubblicata dalla Coniglio Editore nel 2008 con la prefazione di Khaled Fouad Allam. Quest’ultimo racconto s’intitola Il mondo di Uqbar, ed ha una chiara ascendenza borgesiana: un esercizio di abilità letteraria che si apprezza rimanendo sempre sul filo dell’incertezza: quanto sul serio prendere le sue esercitazioni stilistico-metafisiche? 

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Poiché stile, contenuti e risultati sono molto disomogenei nell’insieme dei racconti. E se Il mondo di Uqbar  rivela maestria di scrittore, altri racconti lasciano perplessi: come Quando si chiuse la Sacra Porta, sulle ultime ore del sultano di Costantinopoli, che viene qui sovente chiamato califfo. Racconto veramente brutto, in cui si leggono periodi come questi due: “L’inutile domanda sprofondò nello stesso precipizio in cui l’eunuco si sentiva proiettato, il suo sguardo pregno di un malcelato orrore si accese per la rabbia e la disperazione. L’improvvisato consigliere delle ultime giornate di un califfato omai dissolto si allontanò quanto bastava per non far sentire al suo signore quel lamento irrefrenabile, che saliva da chissà quale meandro polveroso.” (p. 63)

K. F. Allam sostiene nella prefazione che questa differenza formale-contenutistica serve a rappresentare il mondo islamico, quale si presenta ad un occhio comunque occidentale, nella sua interna differenziazione. Ma alla letteratura si deve chiedere qualcosa di più, ovvero arte, che qui manca. Qui non è presentato l’Islam, e il titolo nella sua apparente blsafemia è fuorviante. Non c’è Allah nel libro, non c’è la problematica dell’Islam contemporaneo. Le vicende anche quando sono tragiche suonano superficialmente. Insomma, l’ambientazione nel Mediterraneo Sud-Orientale non basta a sostenere il peso del titolo, e il lettore che cercasse uno squarcio per entrare nel mondo arabo rimarrebbe deluso. Meglio leggere, per questo, i numerosi autori arabi e islamici, laici e religiosi, disponibili in traduzione italiana.

2 Commenti

  1. giorgio ha detto,

    Luglio 13, 2009 a 11:37 pm

    ciao. ho apprezzato la tua critica sul mio libro, che ho letto per caso, ma se permetti vorrei chiarire un paio di punti. califfo, come ben saprai deriva dall’arabo khalifa, che in italiano potremmo tradurre con successore, che a sua volta deriva da khalafa, appunto succedere. nel nostro caso si riferisce ovviamente a maometto e s’intende vicario del profeta. i sultani di costantinopoli avevano anche questo titolo.
    poi vorrei sottolineare che nello scrivere questi racconti non mi sono prefisso nessuno scopo socio politico, tanto meno dare risalto a quella che tu chiami problematica dell’islam contemporaneo. non è un saggio. in quel senso ho scritto molte monogafie sui paesi isalmici mediterranei. ho vissuto a lungo in nordafrica e quello che ne è uscito fuori è la mia esperienza tradotta in letteratura, che può ovviamente piacere o meno. molti critici tra cui la borgese del corriere della sera o camilli di repubblica hanno colto quello che tu non trovavi. a me sta bene, visto anche il triste periodo che stiamo vivendo, ma ripeto non era questo il mio intento. fra molti apprezzamenti fa bene sentire delle voci dissonanti. anzi ti ringrazio per avere letto il mio libro. spero che altre mie opere o il mio prossimo saranno di tuo gradimento.
    per quanto riguarda gli scrittori arabi, ce ne sono tantissimi ed eccellenti, e fai bene ad invitare i tuoi lettori a comprare i loro libri.

  2. Fabio Brotto ha detto,

    Luglio 14, 2009 a 10:22 am

    Apprezzo il tuo atteggiamento di fronte alle critiche. Nel caso del “califfo” la spiegazione tiene dal punto di vista storico, ma l’uso del termine (desueto nel caso in cui si parli dei sultani turchi) all’interno di un racconto dovrebbe avere una motivazione, che qui al lettore secondo me sfugge.


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